Uomini e Profeti

Sabato 26 dicembre 2015 - Storie. "Turchia, cristiani senza futuro?" con Riccardo Cristiano, Claudio Monge

  • Andato in onda:26/12/2015
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      Istanbul, Hagia Sophia




      Il cristianesimo nasce come realtà plurale, e tale rimane ancora oggi. Una pluralità dovuta a diversità di origine, cultura, storia, idioma. Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme: quattro delle cinque chiese madri che componevano l’antica pentarchia si trovano nella regione della terra designata come Vicino Oriente o Medio Oriente. E’ lì la culla della fede cristiana; lì fiorirono le prime comunità di discepoli del rabbi di Galilea; ad Antiochia (nell’attuale Turchia), secondo la testimonianza degli Atti degli apostoli, nacque per la prima volta il nome di cristiani. Ma cosa resta, attualmente, di quella ricchissima tradizione? Quale parola del vangelo sono in grado di annunciare e di incarnare quelle chiese, che costituiscono un mosaico complesso e di difficile lettura? In particolare, qual è la loro condizione nel difficile contesto geopolitico della Turchia, paese chiave nelle dinamiche mediorientali? Ne discuteremo con Riccardo Cristiano, giornalista religioso della RAI ed esperto di Medio Oriente, e con Claudio Monge, domenicano, responsabile del Centro di documentazione interreligiosa dei domenicani a Istanbul e consultore del "Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso".


      Suggerimenti di lettura
      Erik J. Zurcher, Storia della Turchia. Dalla fine dell’impero ottomano ai giorni nostri, Donzelli 2007
      Claudio Monge, Stranieri con Dio. L’ospitalità nelle tradizioni dei tre monoteismi abramitici, Edizioni Terra Santa 2013
      Riccardo Cristiano, Medio Oriente senza cristiani?, Castelvecchi 2014
      Riccardo Cristiano, Bergoglio, sfida globale, Castelvecchi 2015
      Claudio Monge, Taizé. La speranza condivisa, EDB (in uscita a marzo 2016)



      Ascolto musicale
      Grup Yorum, Bir görüş kabininde, dall’album "Boran Firtinasi"


       

      Parole
      Io non ho l’impressione che, al di là del pigolio vittimista, ci sia stata una vera preoccupazione per i cristiani orientali. Non c’è stata in Iraq, non c’è stata in Libano una vera solidarietà costruttiva, cittadina, incoraggiante i cristiani e richiedente all’altra parte, alle altre parti, di accogliere l’idea di una cittadinanza comune all’interno di un progetto civile democratico. No, io ho l’impressione che i cristiani orientali siano una buona scusa per progetti elettorali europei. Altrimenti bisognava operare da subito, appena venuta questa occasione senza ritorno che è l’inizio della Primavera araba, in solidarietà con un popolo che chiede democrazia, colorata di islam come in Europa la democrazia è colorata di radici cristiane. E allora i cristiani sarebbero stati co-protagonisti, co-autori. Ce ne sono, grazie a Dio. Ma se queste solidarietà continua a mancare nel cinismo, nello sfruttare la condizione dei cristiani orientali a scopi elettorali, beh… un   giorno bisognerà celebrare un altro giorno della memoria.

                        Paolo Dall’Oglio, dichiarazione al Gr Rai, maggio 2013

      Oggi, i cristiani in Turchia da un lato cercano una vera condizione di cittadinanza nazionale e dunque d'uguaglianza di diritti, dall'altro emigrano o progettano di farlo per cause molteplici sia d'ordine socio-politico sia economico. L'articolo 24 della Costituzione del 7 novembre 1982 che sancisce la libertà di coscienza, di credo e di convinzioni religiose, si pone su un piano individuale, ma non riguarda i diritti della collettività delle comunità religiose. Per questi ultimi, la base giuridica continua a essere il Trattato di Losanna del 1923, fino ad oggi, sempre applicato in modo restrittivo alle sole minoranze armeno-ortodossa, greco-ortodossa ed ebrea, minoranze sottoposte per questo al controllo della Presidenza degli Affari Religiosi (Diyanet). I cattolici latini sono stranieri senza il minimo statuto e personalità giuridici, ciò rende impossibile la proprietà degli immobili e la gestione delle strutture ecclesiastiche. In assenza di qualsiasi tipo di sovvenzione statale bisogna cercare di sopravvivere autonomamente e anche finanziariamente.
                                                            Claudio Monge


      Il dialogo fra cristianesimo e islam è questione che non riguarda solo l’insieme dei fedeli delle due religioni, ma la stessa convivenza civile mondiale, anche perché ciascuna di loro non è minimamente riducibile all’orizzonte geo-culturale con cui la si vorrebbe identificare: l’occidente per il cristianesimo e il mondo arabo per l’islam. Ora, quanti preconizzano, auspicano o addirittura propugnano lo scontro di civiltà commettono il tragico errore di rinchiudere se stessi e gli avversari in una caricatura riduttiva delle grandi tensioni spirituali che animano milioni di credenti, appiattendoli su concrete, limitate e sovente difettose realizzazioni storiche: il cristianesimo è ben di più di quello che è stato per secoli e che fatica ancora a essere l’occidente cristiano, così come l’islam non è riducibile ad alcune società arabe, neanche considerandole nel periodo del loro massimo splendore. In questo contesto capiamo meglio l’importanza del viaggio del papa in Turchia, paese che è chiaro esempio di come i rigidi schemi evocati prima non funzionino per spiegare la complessità del nostro mondo: stato fortemente laico fin dalla sua fondazione dopo la caduta dell’impero ottomano, abitato da una maggioranza di musulmani che non sono arabi, strategicamente ed economicamente più propenso a guardare verso l’Europa che non verso l’Asia, culla storica del cristianesimo nascente prima e dell’ortodossia bizantina poi. E’ uno di quei luoghi faglia in cui minime spaccature possono scatenare scosse telluriche, in cui frizioni di lieve entità surriscaldano pericolosamente le placche tettoniche, ma dove è anche più agevole gettare ponti, scambiare merci e modi di pensare, confrontare stili di vita e principi ispiratori.

                                                               Enzo Bianchi

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